Psicologo e padre fondatore della scuola storico-culturale sovietica, Lev Vygotskij avrebbe probabilmente gioito nel vedere i progressi della legge italiana degli ultimi quarant’anni in merito all’inclusione scolastica.

All’inizio del Novecento erano davvero in pochi a rivolgere lo sguardo al delicato mondo dei disabili. Chi lo faceva ragionava per “correggere l’anomalia” e, se questo non era possibile, il disabile veniva internato, nascosto dal contesto sociale, isolato. Laddove il mondo vedeva nelle persone con disabilità solo un peso sociale o una disgrazia per le famiglie, Vygotskij vedeva individui ai quali andava riconosciuta la giusta dignità. Ma soprattutto, aveva intuito che un ambiente capace di fornire stimoli e mezzi adeguati alle esigenze del disabile avrebbe potuto compensare – almeno in parte – i deficit fisici e intellettuali.

Negli insegnamenti di Vygotskij si rintraccia una distinzione importante tra quello che è il problema biologico (es. cecità, sordità, ecc.) e le sue conseguenze sociali (es. l’isolamento), tra il fatto che un disabile abbia difficoltà d’apprendimento e il fatto che nessuno lo segua per far fiorire le sue potenzialità. Perché sì: con uno studio adeguato del caso e i giusti strumenti è possibile trovare nuovi spazi d’azione per chi è ritenuto spacciato sin dalla nascita. Uno spazio che, nelle situazioni più gravi, può essere anche il solo restare insieme agli altri, per non essere alienato dal mondo, per diventare occasione di maturazione civica dei cosiddetti “normodotati”.

Vigotskij aveva capito che, in attesa delle “fredde” soluzioni della medicina, vi era una soluzione “calda” più facile da attuare sebbene richiedesse sforzi enormi: il prendersi cura dell’altro invece di abbandonarlo al proprio destino.

In questo senso la legge italiana si è dimostrata all’avanguardia. Il processo per l’inclusione scolastica è iniziato nel 1971 e ha visto il succedersi di normative sempre più mirate all’integrazione degli alunni con difficoltà (per una breve storia della legislazione su scuola e disabilità si veda questo link). Anche il solo concetto di considerare lo studente per quello che può fare anziché ridurlo a un corpo malfunzionante dimostra come il pensiero sociale e pedagogico si sia molto evoluto in questi quarant’anni. Si tratta di porre attenzione, di avere a cuore la vita degli altri, di inventare nuovi metodi per comunicare un messaggio, per quanto tutto questo possa essere faticoso e dispendioso.

Il problema economico, purtroppo, pone un freno all’ideale promulgato dalle leggi, soprattutto per quello che riguarda le risorse effettivamente disponibili e impiegabili (rientra in questo settore sia la formazione di personale competente che l’acquisto di strumentazione specifica). Anche la società pone delle resistenze. Il disabile è da sempre stigmatizzato, sebbene la pesantezza di tale stigma si stia pian piano riducendo, e la sua cura richiede la presenza di persone umanamente eccezionali (genitori, educatori, amici, medici). Stiamo infatti parlando di un’impresa che non tutti si sentirebbero di prendere in carico giacché comporta sacrifici oggettivi.

Il pensiero socio-pedagogico e la legge, però, sembrano aver imboccato la strada giusta.